L’intelligenza artificiale sta mettendo in discussione uno degli equilibri fondamentali delle economie di mercato: il rapporto tra lavoro e capacità di spesa. Dai leader della Silicon Valley emerge un paradosso economico apparentemente insolubile: se l’AI sostituisce il lavoro umano riducendo i costi di produzione a zero, chi avrà ancora il reddito necessario per acquistare i beni prodotti?
Premesse
Le stime più recenti indicano che circa il 40% dell’occupazione globale è esposta all’intelligenza artificiale, con percentuali che salgono al 60% nelle economie avanzate. Goldman Sachs stima che attualmente solo il 2,5% dell’occupazione statunitense sia a rischio di sostituzione immediata , ma altre proiezioni parlano di 300 milioni di posti di lavoro a tempo pieno potenzialmente sostituibili.

I primi segnali emergono soprattutto per i lavoratori più giovani in ruoli ad alta esposizione AI: l’occupazione tra i 22-25 anni è scesa del 6% nei settori più esposti, mentre quella degli sviluppatori software under-25 è calata del 20% rispetto ai picchi del 2022.
Evoluzioni possibili
I protagonisti dell’ecosistema AI stanno già delineando due scenari principali per affrontare la transizione. Il primo prevede un reddito di base universale finanziato attraverso la tassazione delle aziende AI. Sam Altman di OpenAI ha finanziato uno degli studi più ampi mai realizzati, distribuendo 1000 dollari al mese per tre anni a mille persone a basso reddito.
Il secondo scenario, promosso da Elon Musk come “reddito alto universale”, si basa invece sulla proprietà diffusa. Anziché ricevere denaro contante, ogni cittadino otterrebbe quote azionarie nelle aziende che utilizzano l’AI, beneficiando dei dividendi generati dalla produttività automatizzata .
Parallelamente, emergono proposte per fondi sovrani che acquisterebbero azioni, immobili e obbligazioni, distribuendo i rendimenti sotto forma di dividendi universali a tutti i cittadini.
Conseguenze operative
La fattibilità economica rimane problematica: con un PIL statunitense di 29 trilioni e entrate federali di 4,9 trilioni, un reddito di base universale richiederebbe tra i 6 e i 9,5 trilioni aggiuntivi, pari al 20-33% del PIL.
Le aziende che adottano intensivamente l’AI mostrano crescite occupazionali del 6% e incrementi delle vendite del 9,5% su cinque anni, suggerendo che la transizione potrebbe generare nuova domanda di lavoro specializzato.
La polarizzazione salariale appare inevitabile: chi riuscirà a integrarsi con l’AI vedrà aumentare produttività e stipendi, mentre chi non ci riuscirà rimarrà indietro. Le aziende AI cercano sempre più lavoratori altamente qualificati, modificando le gerarchie interne e contribuendo alla concentrazione industriale.
Segnali da monitorare
I dati empirici mostrano che finora il mercato del lavoro non ha subito cambiamenti significativi dall’introduzione di ChatGPT 33 mesi fa , ma storicamente le trasformazioni tecnologiche si manifestano su decenni, non su mesi.
I primi settori colpiti includono consulenza marketing, design grafico, amministrazione d’ufficio e call center, mentre l’occupazione tecnologica come quota dell’economia totale è in costante declino dal novembre 2022.
La velocità di integrazione dell’AI determinerà l’impatto finale: le precedenti rivoluzioni tecnologiche hanno richiesto 20-40 anni per produrre effetti diffusi sui mercati del lavoro. L’incertezza rimane enorme, ma le direzioni di ricerca e sperimentazione politica si moltiplicano.